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anna stefano paolo

7.9 km, 04:52:19

  

Percorso il 12/08/2017 - Distanza percorsa:  8 km - Dislivello tot.: salita 432 m

Pendenza: med. 12,5%, max 59% - Tempo impiegato:  4:52 h - Tempo in movimento:  3:21 h - Difficolta: E

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Descrizione

                                                                                                                        (disegni di Marcella)

 

Dalla Badia Camaldolese alle Balze

 

Una serata tra storia, arte e natura

 

 

Questo nuovo percorso serale, che ci porta nella periferia della misteriosa città etrusca, prevede la partenza nei pressi di Porta Diana. Ci farà attraversare una vallata della campagna volterrana, sorprendentemente verde e ricca di acqua, fino a sbucare  successivamente al Masso di Mandringa, per proseguire verso la Badia Camaldolese e infine aspettare il tramonto tra i suggestivi panorami delle Balze e dei Calanchi.

Dato che questa volta il nostro itinerario,  non prevede il rituale anello,  ci permetterà nei tratti  già percorsi all’andata, di apprezzare maggiormente e sotto una luce diversa, le innumerevoli bellezze naturalistiche, paesaggistiche e storiche di cui questa escursione, è particolarmente ricca.

Lasceremo l’auto nei pressi del parcheggio del Cimitero di Volterra e da lì ci incammineremo sulla strada fino ad attraversare la storica Porta Diana.

porta diana<<<Porta Diana che si apre verso le Colline della Val d’Elsa, sul lato settentrionale della città, costituiva insieme a Porta all’Arco, posta invece dalla parte occidentale, una delle due grandi aperture della Volterra etrusca. Risalente intorno al II°- III° secolo a.C., veniva popolarmente chiamata ‘Il Portone’ per le sue notevoli dimensioni e faceva parte della cinta muraria etrusca, che circondava la città.  Benché totalmente distrutta nella parte superiore, si può ancora vedere la sua possente mole che mostra gli stipiti costruiti interamente con grossi massi di ‘Panchina’,  ancora  ben visibili,  sia nella fiancata che si appoggia alla collina, sia nel poderoso troncone piramidale che guarda la vallata.     Nella sua antica architettura, è presumibile che la copertura fosse realizzata con elementi lignei, chiaramente deteriorati nel tempo.
Nel periodo medievale, alla struttura della Porta venne aggiunto un piccolo arco, successivamente crollato a più riprese negli anni 1960 e 1964.

balze sera 001Nessuno conosce con certezza il motivo per cui Porta Diana si possa chiamare così, ma si ipotizza che nel passato sia stata dedicata proprio a questa dea. Di sicuro si sa solo che per i Volterrani, questo importante monumento etrusco è da sempre legato a curiose superstizioni, che si tramandano fino a noi.
Si racconta infatti che anticamente fosse usanza e di buon auspicio che le ’’spose che andavano a marito’’ passassero sotto l’arco della grande porta, evocando un rito pagano che onorava la dea Diana che volle regalare la sua verginità a Giove.  Ma in tempi successivi l’usanza venne stravolta, tanto che le giovani di Volterra che si accingevano a sposare, si rifiutavano di passare sotto l’arco, intimorite dal fatto di essere fraintese dalla dea e quindi condannate alla castità.>>>

Dopo circa cento metri, lasceremo la strada principale e volteremo  a dx su una scorciatoia in discesa che costeggia bei poderi ristrutturati. Dopo essere ritornati sulla strada principale, dove al margine si possono notare resti di alcune tombe etrusche, si svolta verso la successiva strada bianca che sulla sx si apre verso la valle (coord43°24’46”N 10°51’50,5”E).  Ci introduciamo  in una zona sorprendentemente verde, ricca di piccoli ruscelli e sorgenti d’acqua, tanto preziosi per  la coltivazione dei floridi orti, che in passato erano la ricchezza e il rifornimento di verdure, ortaggi e frutta per tutta la cittadina di Volterra. Proseguiamo ancora verso sx, fino a superare l’ingresso del bel casale ‘Valle di Sotto’ meravigliati dall’abbondanza di alberi da frutto presenti in tutta la zona, che riversano i loro rami carichi fino sui bordi della via che stiamo percorrendo. 

Poco dopo arriviamo in prossimità di ‘Molino Secondo’ un altro antico podere ristrutturato. Lo superiamo e  lasciamo la stradina bianca in discesa, per spostarci decisamente a sx, in salita fino a intravedere un’altra struttura semiabbandonata, ma circondata ancora da orti.  Da qui con un po’ di attenzione, dopo aver oltrepassato un argine piuttosto ripido, imboccheremo un piccolo viottolo in salita tra il campo e il bosco, appena visibile tra la vegetazione e delineato dallo scorrere di un rigagnolo d’acqua. Tentati dalla vista delle enormi more mature pendenti dai rami al nostro passaggio, non possiamo fare a meno di gustarne qualcuna, mentre proseguiamo sempre salendo, fino a ritrovare la stradina bianca che, girando sulla dx, ci porta a lambire un agglomerato di  grandi costruzioni ben ristrutturate, chiamato ‘Docciarello’. balze sera 004 Da qui a pochissime decine di metri ci troveremo proprio davanti al Masso di Mandringa, una sporgenza tufacea che ha ispirato la fantasia popolare dando origine  ad alcuni aneddoti e leggende.   

Attraverseremo la strada regionale per l’immancabile visita all’antica sorgente, che si trova proprio sotto al masso, ritenuta in passato una delle migliori fonti di Volterra.

Dopo le immancabili foto, proseguiremo per pochi metri sul ciglio della strada regionale, quindi seguiremo  l’indicazione del ‘Campeggio delle Balze’ e volteremo in salita sulla dx. Lambendo l’ingresso del campeggio  continuiamo avanti fino a trovarci nei pressi di un piazzale, da dove ci porteremo ancora a dx e costeggiando il recinto  potremo già ammirare il superbo panorama che si apre sulle Balze e sui tipici calanchi.

balze sera 002Impreziosirà la sorprendente veduta, un tratto delle antiche mura etrusche, che circondavano la città, costruite con enormi pietre di calcare arenaceo, detto ‘Panchina’ . Di fronte la mole della Badia Camaldolese,  sembra vacillare sul costone franoso color ocra che si apre davanti.  Di lì a poco, guidati da un corrimano di legno, scenderemo sulla nostra sx, nel boschetto sottostante le mura, che ci porterà tra le  felci e un’ombrosa vegetazione, fino alla stradina ghiaiosa per raggiungere e visitare la Badia.

balze sera 003Dopo un breve tratto in salita che mostra ancora le pietre di un antico selciato, arriveremo a scoprire le strutture maestose della grande abbazia, in parte deteriorate dal tempo, ma ancora ricche di fascino, affacciate sul grande anfiteatro franoso delle balze. Avendo naturalmente scelto il giorno di apertura e di visite,  entriamo incuriositi all’interno del grande edificio per scoprirne i segreti. Approf: la Badia

 

Finita l’interessante visita, riprenderemo la strada già percorsa all’andata per raggiungere di nuovo il piazzale antistante il campeggio, da dove proseguiremo in direzione ovest, per raggiungere la zona panoramica che ci mostrerà in tutta la sua ampiezza il fenomeno franoso delle balze. Scenderemo quindi in una piccola strada asfalta al limitare del borgo di San Giusto, che si affaccia sugli stupendi panorami che ci mostrano il profilo delle vette dei monti della Corsica,  quelle dell’Appennino, con le aguzze Apuane che scendono fino al mare.

balzeContinuiamo la discesa, oltrepassando e ignorando l’imbocco della vecchia gradinata che conduce a Porta Menseri e proseguiremo fino a un incrocio che prenderemo a dx. Avremo di lato a noi, resti di vecchie mura medievali, mentre sulla sx si aprono sconfinati panorami sulle morbide colline di creta, che in ogni stagione  sanno vestirsi di colori diversi e che ora cominciano ad illuminarsi con la luce che precede il tramonto.  Dopo alcune centinaia di metri, all’improvviso di fronte a noi inizieremo a vedere un susseguirsi di calanchi che sembrano tanti ricami nel terreno argilloso e di lato, sulla destra, la voragine delle balze con pinnacoli di friabile roccia color ocra che emergono dal verde luccicante della vegetazione. Tutto è sovrastato dalla mole della struttura della Badia Camaldolese che sembra sporgersi pericolosamente  sulla voragine. Raggiungiamo un affaccio nei pressi di un ponticello quasi sospeso sulle frane delle balze per catturare nelle nostre foto, la luce calda del tramonto che sembra voglia accendere di giallo tutto quello che ci circonda.  Decidiamo proprio in questo posto suggestivo, di fissare il rientro del nostro cammino. Approf: le Balze

balze sera 005

 

Incamminandoci lungo la salita del ritorno, ci  guiderà in lontananza il panorama del borgo di San Giusto e sulla nostra dx interminabili colline di creta e olivete che sembrano scivolare giù nelle ripide vallate. Quando ormai la luce del tramonto fa rosseggiare ogni cosa, decidiamo di consumare il nostro spuntino in questo ambiente suggestivo, per proseguire subito dopo, alla scoperta del borgo di San Giusto.

Seguiremo  lo stesso cammino percorso all’andata fino ad incontrare sulla nostra dx, la scalinata di Porta Menseri, (Coord. 43°24’40,5”N 10°50’57”E) che ci porterà fino all’interno del  borgo.          

porta menseri<<<La ‘Porta Menseri’  fu aperta intorno al 1240 nelle già esistenti mura etrusche, che allora erano molto più estese delle medievali e  racchiudevano al loro interno, l’odierno Borgo di San Giusto. L’apertura della porta facilitava gli abitanti nel raggiungere più agevolmente la campagna circostante e la preziosa sorgente di ‘Fonte della Frana’. La struttura e le ridotte dimensioni della porta, la fanno rassomigliare alla cornice di un bel quadro che racchiude l’inaspettata vista che si spalanca sulla voragine delle ‘Balze e dei Calanchi’>>>.

Entriamo all’interno  dei ‘Borghi’(così come popolarmente è chiamata la contrada di San Giusto),  costeggiando le caratteristiche strutture di antiche case medievali, con le botteghe artigiane degli alabastrai che richiamano i vecchi mestieri degli etruschi. Nel cuore del borgo è ancora presente la storica trattoria ‘Lo Sgherro’, che ha costituito durante il periodo fascista, il punto di riferimento e di ritrovo dei partigiani e dei ‘sovversivi’ al regime; con la testimonianza dello scrittore Carlo Cassola che l’ha voluta raccontare nel suo famoso romanzo ‘Fausto e Anna’.

Continuiamo da qui il nostro viaggio,  portandoci fino davanti al vasto prato che delimita la mole della Chiesa di San Giusto, che nel buio della notte ci appare ancor più maestosa e misteriosa.

balze sera 007<<<La chiesa di San Giusto e Clemente  con la sua imponente e scenografica facciata di pietra grezza, sorge su un piccolo rilievo tra due filari di cipressi che racchiudono un bel prato verde.  E’ incorniciata da 4 alte colonne in pietra provenienti dall'antica chiesa, che sorreggono le statue dei santi Giusto, Clemente, Ottaviano e Lino. Venne realizzata nel 1628 su disegno del Coccapani, in sostituzione di un tempio preesistente denominato San Giusto in Botro, dedicato ai Santi Giusto e Clemente patroni della città. La vecchia chiesa costruita per volere del longobardo Alchis, fu ingoiata a più riprese nel secolo XVII°, dal movimento franoso delle Balze e si dice  che sorgesse sulle grotte che avevano dato dimora ai due santi, che per sfuggire alle persecuzioni, approdarono sulle coste toscane nell'anno 573, provenienti dall’Africa Settentrionale. 

La nuova chiesa in parte ricostruita con alcune delle pietre e degli elementi architettonici provenienti da quella distrutta, venne consacrata solennemente il 5 giugno 1775 dal vescovo di Volterra Alessandro Galletti. Al suo interno oltre all’altare maggiore, che custodisce le reliquie dei santi patroni, si trovano altri 8 altari laterali arricchiti di pregevoli opere di Cosimo Daddi, Baldassarre Franceschini, Niccolò Cercignani, Pietro e Cesare Dandini ed altri. Sull’arco corrispondente alla terza cappella è visibile una specie di foro, detto ‘Gnomone’ (ideato dal matematico volterrano Giovanni Inghirami nel 1801), che lascia al raggio di luce filtrante,  la possibilità di segnare le ore sulla meridiana incisa sul pavimento. Dietro l’altare maggiore è conservato un frammento di un’ epigrafe lapidea proveniente dalla vecchia chiesa che attesta un importante documento scritto in caratteri longobardi.

In onore dei santi Giusto e Clemente, vengono rievocate tutt’oggi antiche cerimonie le cui origini si perdono in tempi lontani negli anni intorno al 1700.  Tra queste la festa dei ‘Ceri’,  vere e proprie macchine a forma di piramide, interamente ricoperte di cera disegnata nelle forme più fantasiose.  Venivano preparate in onore dei santi, dai contradaioli del borgo, che si sfidavano nella gara del ‘cero’ più bello.  Ancor più originale era la tradizione dell’ ‘Avvinta’, che consisteva nel circondare esternamente tutto il perimetro della basilica dei santi e tutti gli altari dell’interno, con una cordicella chiamata ‘accia’,  completamente intrisa di cera liquida. La corda veniva lasciata intorno alla chiesa,  per un periodo che andava dall’Ascensione fino alla domenica della SS.Trinità. Una volta recuperata era tagliata in piccoli pezzi e distribuita alle famiglie del borgo, per benedizione.>>>

Nel silenzio e nel fresco della sera, dopo la breve visita che ci ha portato intorno alle strutture della chiesa e delle sue grandi colonne, decidiamo un po’ a malincuore, di terminare il nostro viaggio. Ritorniamo al piazzale vicino al campeggio, al limite della borgata San Giusto, dove ci aspetta una delle auto che ci riporterà verso casa, soddisfatti però  di aver respirato un po’ di storia, di arte e di natura  che ci ha saputo donare l’antica, etrusca Volterra.

 

 

 

 

 

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