Masso di San Giusto

Storia e leggenda di un Vescovo per miracolo

(di Anna Moratti)

Giusto nacque nella seconda metà del ‘500 da una famiglia cristiana, sulla Costa d’Africa che guarda il Mediterraneo e come narrano alcune fonti medievali, intorno al ‘537 fu costretto a rifugiarsi in Italia, causa le terribili persecuzioni bizantine.

tavola peutingerianaSalpò dal porto africano di Ippona con un gruppo di religiosi guidati da San Regolo, insieme al fratello Clemente e all’amico Ottaviano. Dopo un’avventurosa traversata raggiunsero la costa dell’ Etruria, allora circondata da paludi e acquitrini malsani e sbarcarono nei pressi di Populonia dove Giusto, Clemente e Ottaviano si separarono dagli altri compagni di viaggio. Seguendo le sibilline indicazioni della “Tavola Peutingeriana” cercarono di raggiungere Volterra, costeggiando prima il corso del fiume Cornia, fino a risalire all’odierna Suvereto e al Colle di Serrazzano, poi si indirizzarono verso la valle del torrente Secolo e al tracciato della vecchia “Via Romana”, fino a giungere in Pomarance (Ripamaranci di allora).

Sull’attuale Via Vecchia Volterrana i tre religiosi, dopo giorni di stressante viaggio, si fermarono per rifocillarsi e riposare, prima di riprendere il cammino per Volterra. La leggenda racconta che Giusto assorto in preghiera, appoggiato ad un grosso masso al bordo della strada, abbia miracolosamente lasciato, come a testimoniare il suo passaggio, l’impronta dei suoi piedi su quella grossa pietra, che da allora fu venerata  e denominata come “Masso di San Giusto”.

I due fratelli e Ottaviano, proseguirono il cammino attraversando “la Cecina” in direzione Scornello, per entrare in Volterra dall’austera porta all’Arco. Ottaviano ben presto si ritirò in preghiera, come eremita nella valle dell’Era e Giusto, sebbene non fosse ancora ufficialmente incaricato dal Papa come vescovo di Volterra, si prodigò lo stesso col fratello Clemente per l’evangelizzazione delle popolazioni, nonché per la difesa stessa della città da tempo assediata dai Goti.

Una storia racconta infatti che mentre il re ostrogoto Totila, si accingeva ad occupare la città, San Giusto prodigiosamente consigliato dagli angeli, fece raccogliere tutto il pane all’interno della città stessa e lo fece calare giù dalle mura dentro grandi ceste per offrirlo ai nemici che, disorientati da quel gesto  sorprendente e inaspettato, decisero di sospendere l’assedio e di fuggire.

 

La gente attribuì a Giusto il miracolo per aver salvato Volterra. Fu proclamato Vescovo e da allora ricordato per le sagge parole:  “Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare”, famoso motto vincente e disarmante nella sua semplicità, tanto da mettere in fuga perfino i temibili vandali. Finché il giorno di Pentecoste del 5 giugno del 1556, il vescovo Giusto e suo fratello Clemente, sacerdote in Volterra, si spensero insieme.

Sarebbero stati sepolti ai piedi del “Monte Nibbio” e sulle loro tombe vennero costruite due piccole cappelle, ampliate e abbellite dopo circa un secolo dal longobardo Alchis. In seguito il vescovo Gunfredo si prese cura di far erigere una chiesa più grande che comprendesse le cappelle di Giusto e Clemente. Questa venne affidata alla cura dei monaci benedettini per i quali fu fatta costruire la vicina “Badia Camaldolese”. Ma l’avanzare dell’incessante processo erosivo della zona nel 1627 inghiottì questa antica chiesa nelle voragini delle Balze.

L’anno seguente però i Volterrani, devoti ai loro Santi Patroni, iniziarono la costruzione di una chiesa ancor più maestosa, l’attuale “Chiesa dei Santi Giusto e Clemente”, sulla collina di “Prato Marzio”. I lavori furono condotti dagli stessi popolani del borgo, utilizzando parte delle pietre ed alcuni elementi decorativi provenienti dalla vecchia chiesa e continuarono fino al lontano 1750, quando il 17 agosto vennero traslate al nuovo altare, le reliquie dei due santi

domenico ghirlandaio  a-legend-of-saints-justus-and-clement-of-volterra

Sempre dall’antica chiesa delle Balze, provengono anche le quattro colonne che sorreggono le statue in terracotta dei Santi Giusto, Clemente, Ottaviano e Lino. Nella Abbazia Camaldolese invece si possono ancora ammirare degli affreschi del Ghirlandaio che raffigurano la vita dei santi, fin dal loro arrivo da Populonia e la raffigurazione degli angeli nell’atto di fornire grano e farina per confezionare il pane miracoloso che salvò Volterra dall’assedio.

balze

Il Masso

Da secoli il “Masso di San Giusto” lungo la Via Vecchia Volterrana, era venerato dai Pomarancini, tanto che nel diario di un certo Annibale Vadorini tra il 1700 e il 1800, si racconta che per reperire materiale per l’ampliamento di quella via, nella mattinata del 2/3/1818, venne fatta breccia di un grosso masso che costeggiava la strada. Malgrado i tentativi per frantumarlo, una parte di questa pietra, rimaneva sempre e prodigiosamente intatta. Si trattava infatti del "Masso di San Giusto" e la parte di roccia che ricalcava le sue impronte rimase salva come per miracolo.

resti del masso san giustoAltro aneddoto, intorno ai primi del 1900, ci racconta quando il Fabbricotti, allora proprietario delle terre intorno alla Via Volterrana, ordinò ai suoi operai di far manutenzione alla strada utilizzando le pietre che si trovavano al margine per ricavarne la ghiaia. Ma quando gli operai arrivarono vicino al famoso masso esclamarono: -Quello è il Masso di San Giusto e non si tocca!- e si rifiutarono di frantumarlo.

Oggi di quel masso un po’ dimenticato, ne rimane solo un piccolo pezzo sul bordo della strada, ma ci auguriamo che insieme al ricordo di queste leggendarie storie, possa rimanere a lungo indistruttibile.
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