di Francesco e Irene

 

 

L' AREGNTO  di Francesco & Irene

 

Si tratta di un minerale di transizione tenero, dall’inconfondibile colore bianco-grigio lucido che lo caratterizza. Raramente si presenta nelle  forme di cristallizzazioni a piccoli individui cubici e ottaedrici. L’aspetto più comune è quello di lamine,  nastri e filamenti arricciati di aspetto metallico e si può trovare anche sotto forma di mineralizzazioni composte di zolfo, rame, antimonio ecc.

argento nativo 675x900Ha numero atomico 47; peso specifico 19,25 gr/cm3 e una durezza di 2,5-3 pari a quella dell’oro (Scala di Mohs).  I maggiori giacimenti si trovano in Cile e in Messico (Argento Nativo), Canada, Australia e Usa. In Italia segnalato in Sardegna nelle Miniere del Sarrabus.

Le proprietà e le caratteristiche dell’Argento sono la duttilità,  la malleabilità e la miglior conducibilità elettrica e termica, superiore anche a quella del rame (maggiormente diffuso solo per il costo minore). Stabile nell’aria e nell’acqua pura, annerisce se esposto a vapori di acido solfidrico o nell’aria contenente zolfo.

Trova impiego in numerosi settori, principalmente come metallo prezioso, ma è anche utilizzato in campo elettronico, elettrotecnico, fotografico, odontoiatrico e come additivo alimentare (E174) per ottenere l’effetto metallico.

Noto e apprezzato fin dall’antichità, è menzionato addirittura nei caratteri cuneiformi del Libro della Genesi.  Nel IV° millennio a.C. erano già conosciute in Oriente e in Asia le tecniche del cesello e dello sbalzo e nell’antico Perù, gli Incas lo utilizzavano come merce di scambio. Da sempre apprezzato come metallo prezioso, al secondo posto dopo l’oro, viene utilizzato per la produzione di gioielleria, argenteria e monete.

Il termine “argento” deriva dal latino “Argentum”, che a sua volta proviene da una parola greca che significa “bianco e splendente”.

L’Argento e Poggio Mutti

Questa area è caratterizzata geologicamente dal sovrapporsi di formazioni di Macigno, Scaglia Toscana, Diaspri, Calcare Selcifero, Calcare Rosso Amminitico e Calcare Massiccio, tutti appartenenti alla Falda Toscana. Ciò ha portato a una distribuzione di varie mineralizzazioni  che in epoca medievale, hanno fatto di Poggio Mutti il nucleo più esteso per la coltivazione delle mineralizzazioni contenenti soprattutto Argento  AG, Rame CU, Piombo PB.

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Il minerale che maggiormente era oggetto di attenzione era la “Tetraedrite”, solfuro di argento, rame, antimonio, zinco e ferro. Dove il Calcare Compatto veniva in contatto col Rosso Ammonitico, era possibile rinvenire filoni di Calcite Nera, Quarzo e Fluorite, o l’abbondante Galena sia per il Piombo che per l’Argento.

I minatori di quel tempo, benché privi di cognizioni geologiche, sapevano ugualmente e magistralmente individuare i filoni mineralizzati e sfruttando le naturali cavità carsiche esistenti nella zona, armavano gallerie per estrarre il prezioso materiale, fino ad esaurire completamente tutto  il giacimento.

 

Nel versante Sud-Est del Poggio sono presenti le 5 cavità carsiche chiamate “Buche di Poggio Mutti”, dovute alla dissoluzione del carbonato di calcio ad opera delle acque dilavanti. Presentano un andamento orizzontale la cui lunghezza varia da 10 a 100 metri, fino a 10 metri di dislivello ed è ciò che rimane delle affascinanti “grotte-miniere” e del loro sfruttamento.

 

antiche miniere e cave 18 900x675All’epoca, individuate le cavità e le gallerie naturali, i minatori procedevano all’estrazione del minerale con sorprendente metodologia, incendiando cataste di legna a ridosso delle pareti che venivano così arroventate. Con successivi passaggi di acqua fredda, la differenza termica provocava lo sgretolamento delle rocce facilitando l’escavazione, che veniva eseguita semplicemente con mazze, asce, martelli e scalpelli, dato che non era conosciuto ancora l’uso di esplosivi.

Sul versante opposto invece, le antiche escavazioni si presentano oggi come depressioni circolari del terreno, larghe fino a 3 metri, semi-sommerse dalla vegetazione. Le mineralizzazioni erano ubicate poco sotto la coltre detritica di diaspro che rendeva impossibile l’esplorazione con gallerie, perciò i minatori scavavano dei piccoli pozzi ravvicinati, disposti a distanze regolari come esigevano le direttive di sicurezza imposte dal comune di Massa: “Ordinamenta Super Artem Fossarum Ramariae et Argentariae Civitatis Massae”.

Ancora oggi, le rare “Loppe”, scorie della fusione  nascoste tra i ruderi di antichi edifici utilizzati come fonderie, ci raccontano come avveniva  la separazione e l’estrazione del nobile metallo, dai minerali. Un grande crogiolo veniva posto sotto strati di minerale alternati a vari strati di carbone, che venivano accatastati e successivamente incendiati finché lentamente scendeva il  metallo liquefatto. E così fin dall’anno 1000, quando il  territorio circostante Poggio Mutti già sfruttato dai Sassoni, diventò nel Medio Evo oggetto delle più aspre lotte tra Volterra, Massa e Siena che si contendevano in questo modo, la proprietà dell’area più importante per l’estrazione del prezioso argento.

 

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