di Anna e Marcella

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Questa leggenda fa parte del volume di studi e annotazioni storiche “Del Bagno a Morba – Ricordi Storici e Letterari”, che il Cavalier Luigi Righetti, sostituto avvocato erariale di Roma, presentò come omaggio alla Camera dei Deputati nel febbraio 1881.

Il leggendario racconto “La Carrozza di fuoco”, si è tramandato per secoli nella memoria degli abitanti di Montecerboli ed aveva per scenario la natura desolata di quella zona sconvolta dai fumi e dagli sbuffi maleodoranti provenienti dalle bollenti spaccature della terra, che nell’immaginario popolare facevano temere il Diavolo e l’Inferno e che forse anche al sommo Dante Alighieri dettero ispirazione nella “Divina Commedia”.

Ancora questa leggenda rivive all'inizio di settembre di ogni anno, nella “Corsa delle Carrozze di Fuoco”, una competizione che vede battersi le quattro contrade del piccolo paese di Montecerboli, in un torneo per la conquista del “Congio Montecerbolino”, identificato in un’antica misura per vino e olio utilizzata nella zona nel periodo medievale.

 

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         la-carrozza-di-fuoco <<Poco oltre la metà della strada che da Pomarance mena a Castelnuovo Val di Cecina si trova una montagna, o meglio una successione di monti di aspetto triste e pauroso. I grossi fianchi, rotti e come tagliati in burroni, fenditure e crepacci, tutti a punte e angoli, scendono a precipizio e quasi a picco giù nel torrente che occupa la profonda vallata. Non v’è segno di terra, ma dovunque masso arido e nudo, fronteggiato ora a filoni lunghi e taglienti come lame di coltelli giganteschi, ora a piramidi e guglie, quasi cime di costruzioni strane e meravigliose, ora a mucchi di frantumi simili a macerie di edifici crollati. Nulla vegeta in quel luogo solitario. Se qualche pianta  o fil d’erba si affaccia dal nascondiglio dove riuscì per caso a metter  radice, non è che per testimoniare come lì non sia possibile vivere. Da per tutto un colore bruno rossastro, come di pietra che fuoco abbrustolì: sono i Gabbri……..  Si credeva anticamente in quei luoghi questo l’ingresso dell’inferno e di qui passare i dannati.

      In questo ambiente nacque questa storia: ai tempi dei tempi gli abitanti del piccolo castello che si affaccia tranquillo sul tranquillo corso del Possera erano tutti buoni e pii. Tutt’intorno e giù fino alla vallata le macchie erano ricche di legna e di selvaggina e i pascoli grassi; i cerbiatti amavano spingersi su per le pendici all’abitato e da loro il luogo era detto il Monte del Cerbiatto, Mons Cervuli. Il tempo a cui la serenità di quei luoghi e le virtù dei castellani davano ai nervi, il demonio non seppe più resistere alla voglia di emettere un po’ di scompiglio in paese e di trascinare qualcuna di quelle anime pie alla perdizione.  Preso l’aspetto di un viandante anziano e bonario si diede a percorrere la vallata su e giù in una ricca carrozza.  La comparsa e i ripetuti passaggi del cocchio sconosciuto non mancarono di attirare l’attenzione e la curiosità degli abitanti del luogo; così che presto, vinta l’istintiva diffidenza essi si lasciarono avvincere dal viaggiatore straniero e si fermarono a conversare con lui.  A poco a poco questi facendo sfoggio di oro e di ricchezze e con discorsi suadenti e melliflui, cominciò a insinuare nei malcapitati il miraggio di una vita più facile, libera dai legami del lavoro e della famiglia, senza vincoli morali e piena di lusso e di piaceri; e cercò di gettare il seme della discordia e della cupidigia, dell’insoddisfazione e dell’avventura.  Forse sarebbe riuscito nel suo intento: ma un giorno nella foga del discorso non seppe più trattenersi e arrivò a irridere la virtù e a disprezzare la Fede.  Allora improvvisamente, si compì un prodigio: l’aspetto dello straniero assunse i tratti demoniaci e i suoi occhi lampeggiarono come carboni accesi.

      I castellani atterriti , compresero tutt’a un tratto da chi venivano le promesse, i consigli e le lusinghe a cui erano stati per cedere: e si fecero incontro al diavolo minacciosi. Ma questi lesto, si era già slanciato a precipizio giù per l’erta col suo cocchio infernale: e nella fuga, scagliava  rabbiosamente dai finestrini le cose preziose che aveva tenuto con sé.  La vendetta si compiva ora in un nuovo maleficio: dov’esse colpivano, la terra si inaridiva, il suolo si apriva in una fitta rete di crepe da cui gorgogliavano fuori, putridi e minacciosi, getti d’acqua bollente o soffiavano pestifere esalazioni infernali.  Ai piedi della rupe ormai nudo di vegetazione il luogo delle voci mansuete dei cerbiatti si udirono i cupi latrati del mitico cane d’Averno.  Il Monte del Cerbiatto divenne così il Monte Cerbero; Montecervuli si cambiò in Montecerboli.

      Ma le forze del bene non tardarono a riprendere il sopravvento: le pozzanghere ribollenti e le esalazioni mortifere che il demonio aveva provocato anziché continuare a incutere terrore mostrarono di essere una imprevista fonte di ricchezza: sui bordi dei lagoni si raccolse allume, vetriolo e zolfo; la terra bruciata fu trovata ottima per comporre colori e vernici; certe “lamine filamentose” che si formavano in aghi bianchi e sottili sull’erba bruciacchiata vicino ai fumacchi rivelarono di possedere virtù terapeutiche; le sorgenti d’acqua calda risultarono ottime “ad morba plebenda” a guarire i malati; perfino le esalazioni gassose contribuirono alla salute degli uomini e degli animali tenendo lontane pestilenze e malattie.  Nei fumanti lagoni si misero a lessare vivande e si immersero i listelli di legno da curvare per botti.

      Il demonio non si dette ancora per vinto; vagando per la terra piena di vapori cercò di tendere trappole mortali a chi si avventurava.  Ma quando egli salì di nuovo sulla carrozza per percorrere gli antichi sentieri da essa si levarono paurose lingue di fuoco; il fuoco sprizzò sotto le ruote, brillò negli occhi dei neri destrieri, uscì dalle loro narici mentre l’attacco si dirigeva in una nube di faville verso la parte più impervia del monte di gabbro fra una rovina di sassi e un fondersi improvviso di rocce.

      Dove la carrozza era sparita i paesani posero una croce del Masso per sbarrarle la via del ritorno. Un’altra croce al Bulera, chiuse il passo al demonio verso Pomarance. La Carrozza di Fuoco rimase così per l’eternità prigioniera nel tratto di strada compreso tra le due Croci.

      Anche ora nelle notti burrascose e più oscure si vede una carrozza di fuoco strisciare come volando sui fianchi della montagna o giù nella valle trascinata dai cavalli di fuoco in corsa vertiginosa e con strepitio spaventevole.

     E c’è chi giura di averla vista con i propri occhi, nera come la notte, rapida come la folgore, fragorosa come il tuono>>.

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