di Anna Moratti

topi

          Monteverdi nel 1781 era feudo dei Marchesi Incontri e gli abitanti, quando si contavano erano appena 400. In cima alle loro preoccupazioni vi era la salute, oltre alle dispendiose tasse sull’uso e sui contratti delle terre, contese allora tra la potente Badia di Vallombrosa in conflitto col Granduca di Toscana.

In quel tempo era da poco terminata l’ultima epidemia di vaiolo e la campagna dava i soliti pensieri. Le stagioni non erano più quelle di una volta e perfino le piogge sembravano aver scelto altre terre a cui portare il loro contributo celeste di fecondità. Questa la situazione del castello, quando la scena fu attraversata da furtivi e silenziosi passi di un imprevisto attore: Il topo, che nel corso dei secoli era sempre stato fedele compagno dell’uomo. Lui non il cane, che era arrivato più tardi, abile a conquistarsi le sue simpatie, il  topo invece, aveva costruito la sua tana e il suo nido vicino, sopra e dentro la capanna e poi dentro la casa dell’uomo e con lui divideva il cibo e il tetto. Questo scomodo coinquilino aveva pure cattiva fama e alcuni dicevano che portasse malattie pericolose.

Dapprima nessuno si accorse che tutti i nidi erano pieni e lo erano anche le femmine giovani e adulte; poi qualcuno notò che il traffico notturno nelle case era aumentato e il rosicchiare divenne fastidioso. Nel giro di qualche settimana fu necessario riparare le dispense e appendere tutti i cibi. Le trappole ogni mattina consegnavano il loro ospite, ma niente sembrava poter fermare il moltiplicarsi dei topi.

Ce ne erano di tutte le dimensioni e varietà: topi, topini di campagna, toporagni, ghiri e temibili ratti che rappresentavano un vero flagello per i pulcini, le uova, gli agnelli e non indietreggiavano nemmeno davanti ai neonati. Di un ratto in particolare circolava voce, fosse grande quasi come un gatto e se si contava anche la coda lo superava addirittura. Era scuro, quasi nero, veloce e feroce, non temeva neppure i cani, che aspettava stando fermo, ritto sulla coda e la bocca spalancata in un grido acuto e possente. Suo era il territorio intorno a San Martino e alla vicina fonte, dove già aveva spaventato molte donne, che ormai allungavano la strada e prendevano altrove l’acqua da bere, rinunciando a malincuore a quell’acqua buona e salutare, vero dono divino che dava il nome di “Fonte Leggiera”. Questa a differenza delle altre fonti vicine al castello, non era carica di tartaro e quando poco tempo prima era venuto l’illustre cattedratico di Pisa, quel botanico a nome Giovanni dei Targioni Tozzetti, non gli fu mai detto, forse per gelosia del suo immenso sapere o forse per timore di una oscura ispezione, di questa fonte e delle sue ottime acque. Fu così  che nelle sue relazioni, lo studioso scrisse che a Monteverdi le acque erano tutte poco buone e cariche di tartaro, ignorando l’esistenza di Fonte Leggiera.

Il pievano della chiesa dedicata a Sant’Andrea,  ebbe una copia di quanto scritto dallo studioso su Monteverdi che spiegò ai suoi parrocchiani e rispondendo a quanti gli chiedevano cosa fosse questo tartaro, diceva esser la parte più profonda dell’inferno, dove venivano puniti i colpevoli delle più orribili nefandezze, come ne scrisse anche l’Alighieri. La  parlata del pievano, corrotta dalla frequentazione del latino, portò i parrocchiani confusi alla convinzione che, se le acque col tartaro  erano imparentate con l’inferno, quelle di Fonte Leggiera, che ne erano prive, dovevano essere quasi sante. Ragion per cui l’impossibilità di bere l’acqua leggera a causa della piaga dei topi, pareva un divino avvertimento.  Ma gatti sembravano impotenti a questa invasione e anche gli uomini a poco a poco si arresero. Nel giro di pochi giorni la piaga dei topi si riversò nelle campagne e prese d’assalto i grani, le biade e l’orzo ancora sulle spighe. L’intera comunità si riunì e, preso atto che sugli steli non restava nemmeno la sementa necessaria, con l’appoggio degli Ufficiali della Compagnia del Santissimo Sacramento decise, nel terzo giorno della Pentecoste, di portare in processione pro necessitate, il Santissimo Crocifisso della Chiesa di Sant’Andrea, chiedendo intercessione e grazia al mai dimenticato San Walfredo, fondatore dell’Abbazia di San Pietro in Palazzuolo.

Narrano le cronache che mai si vide maggior partecipazione e devozione del popolo e oltre trecento erano le persone accorse. La processione uscì pregando dalla chiesa del castello, si fermò in raccoglimento alla Chiesa di San Pietro, quella detta del Convento, poi uscì e si fermò alla Badia, sempre in preghiera.

Alla fine della giornata non si sa con quale stato d’animo si sarebbero coricati i Monteverdini, forse speranzosi, forse disperati, ma certi tuttavia di aver lasciato in mani pietose il loro futuro.

Trascorse così la notte e la mattina dopo si annunciò con uno strano silenzio che riempiva gli orecchi di chi si era alzato lesto; nessun rumore, nessun movimento furtivo. Qualche rapida ispezione ai primi campi fuori porta e fu tutto un grido di gioia che risuonò e svegliò l’intero castello, seguito da rapidi tocchi di campana.  Il popolo era tutto nelle strade e nei campi a constatare che non c’era traccia di topi vivi, solo alcuni morti e gli altri, tutti, tutti spariti come per magia: San Walfredo aveva fatto il miracolo!

La notizia raggiunse subito anche le sette famiglie che abitavano fuori del castello e nel giro di poco arrivò ai paesi vicini Canneto, Sassetta, Suvereto, Castagneto e oltre, nelle valli vicine e fino al mare, muovendo i pellegrini a recarsi alla diruta Badia per chiedere nuove grazie a san Walfredo e alcuni, si dice che fossero riusciti anche ad ottenerle.

Il 27 maggio il popolo tornò nuovamente in processione alla Badia, questa volta per ringraziamento del miracolo avvenuto.

Lo storico e sorprendente episodio fu testimoniato e sottoscritto da molte persone che nel 1781 giurarono pro veritate  alla presenza di testimoni e di fronte ai delegati del Vescovo di Massa e Populonia, inviati a Monteverdi per raccogliere notizie ed elementi sui miracoli attribuiti a San Walfredo.

La leggenda continua e dice che, dopo l’intervento miracoloso del Santo di Monteverdi, il grosso topo nero fu ritrovato morto a San Martino, proprio sulla sommità del poggio come per ricordare ai paesani, il pericolo scampato. Così il Poggio di San Martino, da allora venne detto popolarmente “Poggio al Topo”.

Anche nella leggenda esiste del vero: il Poggio di San Martino si è chiamato Poggio al Topo, solo successivamente al 1781. Proprio con questo nome lo troviamo anche menzionato negli inventari dei terreni della Chiesa di Sant’Andrea del 1789, del 1807 e del 1816………..e mai prima di quell’episodio miracoloso!

(Questo brano è stato liberamente tratto da un racconto pubblicato sulla rivista “La Comunità di Pomarance”, che ringraziamo).        

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