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LE MINIERE DI BOCCHEGGIANO

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Boccheggiano è un minuscolo paese dalla curiosa forma a cuore, affacciato sulla vallata del fiume Merse, in provincia di Grosseto. Il borgo risalente al XII° secolo, da sempre è conosciuto per la sua attività mineraria, che ci riporta fino al lontano tempo degli Etruschi. Ma Boccheggiano ha saputo difendere nel tempo la sua vocazione, continuando una prolungata, importante attività estrattiva che si è protratta fino al secolo scorso, nel 1994.

LE ROSTE

 rostre 001Testimoni della fervida attività, restano visibili le famose 'Roste' dette anche 'Calanchi rossi del Merse', che ci appaiono come un paesaggio marziano, in prossimità del ponte sullo stesso fiume, ai bordi della strada provinciale Massa M.ma - Siena, nelle vicinanze del bivio per Boccheggiano.

Il sito ci regala la stupefacente visione di una suggestiva successione di pinnacoli, calanchi, vallecole e montagne rossastre, che non sono in realtà un fenomeno geologico naturale, ma enormi depositi di resti della lavorazione dei minerali di rame, risalente alla fine del 1800 e all'inizio del 1900.

I cumuli di scorie a lungo accatastati sulla riva del corso d'acqua, con la complicità dell'azione delle piogge e il trascorrere del tempo, hanno trasformato il paesaggio in questo scenario veramente surreale.

 

 

LA RICERCA MINERARIA

pirite Il filone quarzoso-cuprifero di Boccheggiano si estendeva lungo l'omonima faglia per circa 2 km in direzione da NNO a SSE, incuneandosi verso Est di 45°. Consisteva in una vena quarzifera con pirite, calcopirite e subordinati solfuri misti e, come testimoniano alcune tracce, pare che fin dall'epoca etrusca, il sito già fosse interessato da un'importante attività estrattiva di rame, di galena e di pirite.

 La storia delle miniere del Merse, prosegue nel XV° secolo, col senese Pandolfo Petrucci che fece costruire nella zona di Boccheggiano, alcuni impianti per la produzione di minerale ferroso proveniente dalle coltivazioni locali e in parte dall'Elba.

 Nel secolo successivo ancora un senese, Vannoccio Biringuccio, in qualità di direttore delle miniere, gestì una fonderia per il ferro nei pressi del corso del Merse.

Le coltivazioni di allora, riguardavano cappellacci superficiali costituiti da ossidati di ferro ed altri vari metalli.

 Mentre nel XII° secolo, l'illustre geologo veneto Giovanni Arduino, intraprende, anche se con scarsi risultati, altri scavi di miniere impiantando delle fonderie per la produzione del rame e del vetriolo, nelle vicinanze di un piccolo affluente del Merse.

 In tempi più recenti, il francese Luigi Porté, costituì una società per la riattivazione delle vicine miniere di Roccatederighi, di Montieri e di Massa Marittima, nonché di quella di Boccheggiano, con autorizzazione concessa nel 1832 dal duca Leopoldo II°.

Il Porté convinto che nelle epoche precedenti, il filone minerario di Boccheggiano, non fosse stato ancora sufficientemente coltivato in profondità, cercò di attivare 3 nuove gallerie e 4 pozzi per delle nuove ricerche.

Come previsto, seguendo i tracciati delle antiche miniere preesistenti, furono rinvenute notevoli quantità di galena e blenda, anche con considerevoli quantità di argento.

 Si arriva al 1889 quando la società Montecatini, dopo aver acquistato le miniere, da' inizio a una nuova stagione di ricerche e ammodernamenti, che videro la realizzazione di strutture per la lavorazione e il trattamento del minerale, con una grande laveria e 2 forni da 60 tonnellate.

Fu introdotto anche un innovativo ciclo di lavorazione col nuovo sistema di liscivazione e cementazione detto 'Metodo Conedera', che permetteva tempi di lavorazione molto più razionali.

Il minerale di rame, estratto nella vicina miniera del Merse, a circa 2 Km, veniva trasportato su vagoni mediante una ferrovia Decauville, quindi lavato, frantumato e accatastato in grandi cumuli per poter essere arrostito direttamente all'aperto, in 2 forni accoppiati, capaci di lavorare ogni giorno ben 60 tonnellate di materiale.

Sui cumuli veniva poi fatta passare l'acqua (fase di liscivazione), che in questo modo si arricchiva di solfati di rame e di ferro. A sua volta l'acqua veniva immessa nei forni di cementazione, con l'aggiunta di barre di ferro orizzontali, che andavano a formare l'anodo che generava il passaggio di corrente attraverso il bagno, in un processo elettrochimico che rilasciava rame puro.

Gli scarti di questa lavorazione, che venivano accumulati lungo le rive del fiume, con il passare del tempo hanno creato le famose 'Roste' con il loro paesaggio unico e suggestivo.

 Sul posto veniva trattato il minerale con bassa concentrazione di metallo (3-6%), mentre la calcopirite più ricca (con circa il 47% di metallo) veniva trasferita tramite teleferica fino a Follonica, alla stazione di Ghirlanda.

 Il processo brevettato da Raimondo Conedera, rese famoso nell'ambiente minerario, il giovane perito veneto, per la sua innovativa idea che portava a una maggior produzione di rame, cercando di sfruttare a fondo anche i minerali più poveri che venivano estratti.

Il procedimento consisteva in 5 diverse fasi: roste e torrefazione, liscivazione artificiale, cementazione, liscivazione naturale e fusione.

In quel periodo la miniera di Boccheggiano, dove erano impiegati circa un migliaio di dipendenti, primeggiò in Italia, mentre Conedera in seguito, ideatore anche di altri brevetti, fu nominato 'Cavaliere del Lavoro'.

Dopo questo periodo particolarmente fortunato, nel 1914 la miniera venne chiusa per esaurimento dei filoni cupriferi.

 Dal 1889 al 1914 erano stati estratti dalla miniera, circa 1 milione e mezzo di tonnellate di minerale, con percentuale di rame dal 4 all'8%.

Il materiale di scarto della lavorazione che rimase abbandonato a se stesso, si cementò in fretta e nel tempo l'azione erosiva delle acque meteoriche, ha contribuito a creare quel paesaggio surreale fatto dal susseguirsi di calanchi, pinnacoli, avvallamenti e creste di materiale rossastro, dove la vegetazione è completamente assente.

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LA MINIERA DI CAMPIANO

 Ma la sorprendente area mineraria di Boccheggiano, si preparò a nuove esplorazioni, con lo sfruttamento delle 'lenti di pirite' impiegate nel ciclo produttivo dell'acido solforico, una materia ignorata nei precedenti cicli.

Le lenti di pirite vennero scoperte in località Campiano nella parte più profonda del filone e il recupero del minerale impose nel 1951 la costruzione di un impianto di drenaggio delle acque tramite una galleria lunga ben 11 km. Furono anche realizzate 2 discenderie di 37 e 58 metri e 3 pozzi di 78, 165 e 370m.

 

Tramite una campagna di sondaggi, intorno agli anni 1970, vennero individuate nella miniera di Campiano, notevoli concentrazioni di solfuri misti di Zinco, Piombo e Rame, interessanti anche sotto l'aspetto economico; nonché furono stimate circa 25 milioni di tonnellate di pirite, localizzata alle quote di -20 e -500m. s.l.m. Nel 1974 la miniera, gestita con tecnologie all'avanguardia, era considerata una delle più importanti d'Europa.

 

Nel 1983 in una successiva fase di produzione, la miniera di Campiano, gestita con nuovi impianti dalla società 'Nuova Solmine' del gruppo Eni, utilizzò il minerale di pirite estratto, oltre che per la commercializzazione, anche per la produzione dell'acido solforico nello stabilimento della stessa società, ubicato nel comune di Scarlino.

La società deteneva il brevetto per la produzione di acido solforico dalla pirite, che consentiva il recupero della componente ferro sotto forma di 'pellets'.

La struttura interna della miniera si articolava su 2 pozzi principali, del diametro di 6 e 10 m,situati nella zona centrale del giacimento, profondi rispettivamente 740 e 600 metri. Altri 2 pozzi ausiliari, detti ''fornelli'' di 3 e 2,40 m erano posti all'estremità.

Ogni punto della miniera era accessibile con automezzi di grandi dimensioni, tramite una rampa camionabile di 25 metri di sezione, che raggiungeva quota -240m s.l.m. La rampa aveva un tracciato a spirale policoncentrica, ruotante intorno a i pozzi principali, collegati ad essa tramite brevi traverse. La pendenza media del tragitto era di circa il 20%, per una lunghezza totale di 3550 metri.

A quote prefissate si dipartivano le gallerie di accesso al giacimento con altre rampe ausiliarie che consentivano di raggiungere sottolivelli di coltivazione che si trovavano più in basso. Erano presenti anche altre gallerie parallele al giacimento e di sottolivello, per complessivi 30 km.

 

L'attività estrattiva continuò fino al mese di luglio 1994, quando la miniera fu definitivamente chiusa e successivamente sigillata nel 1996, salvo drenaggi realizzati in fase di dismissione dell'attività.

 

A niente valse l'appello che tutti i 600 abitanti di Boccheggiano, sottoscrissero nell'aprile 1996, contro la chiusura della loro miniera, che avrebbe portato inesorabilmente all'allagamento della stessa, con la costruzione di sbarramenti per evitarne l'accesso e ogni tipo di pericolosità.

 

Fu così sconfitta la memoria culturale di generazioni di minatori e il loro antico orgoglio, che vide svanire il miraggio di un parco a protezione di tutta quella gloriosa zona mineraria, dalle Roste del Merse, fino alla miniera di Campiano, tecnologicamente considerata la più avanzata d'Europa.

 

 

 

Notizie e foto tratte da:

Amici mineralogisti fiorentini; Relazioni del dott. R.Caglieri e dott.P.F. Pagnacco (1981);

TurismoMontieri.it; Archeologiaindustriale.org,

che ringraziamo.