di Paolo, Stefano, Anna e Marcella

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra le crete volterrane, nell’amena vallata dove le colline di Ariano e Spicchiaiola scivolano dolcemente verso la sconfinata macchia di Berignone, esiste fin dal lontano tempo degli Etruschi, il piccolo castello di Luppiano che da un aspro sperone di roccia domina la valle del Fosci.
La sua severa torre di pietre squadrate vigila sul cortile interno dove si affaccia il resto degli edifici che testimoniano lo stile di un’antica  e signorile residenza fortificata. Nella campagna vicina invece, sono sparsi tra i poggi e la macchia lussureggiante, numerosi casolari di contadini.
Proprio intorno a questi luoghi si racconta una leggendaria storia legata a strani accadimenti, che sembrano essersi ripetuti addirittura fino ai nostri giorni.

 

disegno-luppiano

Tanto tempo fa, quando la povertà si faceva ancor più sentire e far quadrare i conti della famiglia sembrava un’ardua e difficile impresa; quando ognuno cercava di sbarcare il lunario arrangiandosi ingegnosamente in mille espedienti, gli abitanti delle campagne e dei piccoli borghi rurali non disdegnavano la pratica del “balzello”.
Una consuetudine di cacciare da sempre proibita, ma che si rivelava un’estrema risorsa per potersi procurare del cibo, specialmente nei periodi in cui i cinghiali della zona, non indugiavano ad abbandonare il folto della macchia per scorribandare nei campi dorati di grano maturo o nelle vigne cariche di invitanti e dolci grappoli.

In un piccolo casolare, non molto distante dal castello abitava Giulio con la sua modesta famiglia, figlio da generazioni di contadini, abituati ogni giorno a strappare alla terra quel tanto che bastava a sostentare i propri cari.
A causa della sua corporatura possente, del suo carattere rude e della sua faccia cupa, vantava una reputazione di omaccione, ma in realtà Giulio era un uomo onesto e lavoratore e un padre premuroso ed attento.
Aveva due figli maschi che già si erano fatti grandi e da tempo lo aiutavano nel duro lavoro dei campi. Pietro, il primogenito nutriva una gran passione per la caccia e suo padre in occasione del ventunesimo anno, con grandi sacrifici, gli aveva regalato un fucile nuovo.

Anche quella sera, come di consueto durante la cena, tutti seduti al grande tavolo della cucina, si parlò della stagione, dell’incertezza del raccolto, delle esigenze sempre più pretenziose del fattore. Poi immancabilmente la discussione finì sul problema dei cinghiali, che nelle ultime notti avevano fatto un gran danno in mezzo al grano maturo pronto per essere tagliato.
Giulio e Pietro allora si guardarono allo stesso tempo con occhi brillanti di intesa. Il vecchio si diresse verso la finestra e scostò la tenda come per scrutare la luna in cielo e dopo aver scambiato un ultimo sguardo col figlio, bevve velocemente quel goccio di vino rimasto nel bicchiere ed uscì dalla stanza. Pietro lo seguì subito, calcandosi un cappellaccio in testa mentre morsicava un cantuccio di pane.
I due, presi i loro fucili uscirono furtivamente di casa scomparendo lungo il sentiero silenzioso, illuminati solo dalla flebile luce del quarto di luna. Mentre camminavano in fretta, Pietro domandava mille cose a suo padre che lo precedeva, ma Giulio indisponente gli rispondeva solo con cenni della testa e portandosi il dito verso la punta del naso lo rimproverava affinché facesse silenzio.
Appena giunti nel grande campo di grano, Giulio con un gesto deciso indicò al figliolo dove appostarsi, mentre lui scompariva più lontano inghiottito dal buio della fresca notte estiva.

Nel silenzio, si udiva appena il frusciare della brezza e Giulio irrequieto e spazientito per non poter fumare il suo amato sigaro, si stava pentendo di essere andato fin là.…quando in lontananza gli sembrò di udire un rumore. Tese con attenzione l’orecchio ed ebbe conferma che gli animali stavano arrivando, proprio nella direzione giusta fra lui e suo figlio. La noia dell’attesa ora era diventata meno pesante, l’ansia faceva palpitare forte il cuore e la mano iniziava ad accarezzare la canna della vecchia doppietta, pronta a far centro con un unico colpo. Non ci si poteva permettere di far troppo chiasso, altrimenti la guardia o il fattore si sarebbero insospettiti!

Fu però negli attimi struggenti della frenetica attesa, mentre si aspettava da un momento all’altro di scorgere la tozza sagoma scura del cinghiale maremmano, che all’improvviso il cielo cupo della notte si rischiarò di un bagliore accecante e un fragore assomigliante allo scalpitio dei cavalli ruppe il silenzio e risuonò in tutta la vallata. Giulio non sapeva se stesse sognando o se fosse l’effetto dell’ultimo goccio di vino bevuto prima di partire, ma mano a mano che trascorrevano quegli attimi interminabili, si rendeva conto che tutto stava accadendo davvero e la paura iniziò a salire dalla schiena strozzando la gola in un urlo di terrore. Nel mezzo al grande campo, proprio al centro del bagliore apparve un destriero bianco ritto sulle zampe posteriori che brandiva gli zoccoli al cielo. Lo cavalcava una misteriosa creatura, un’esile figura femminile dai lunghi capelli sciolti, vestita di veli svolazzanti. Pietrificato dal terrore e dall’incredulità, Pietro riuscì a stento a sollevarsi da terra e iniziò a correre verso suo padre che era ancora immobilizzato come un sasso per la paura. Il giovane strattonò il padre in modo deciso cercando con tutte le sue forze di trascinarlo via da quel bagliore e si misero a correre in direzione della loro casa. Non si fermarono mai e anche se il fiato sembrava finire, lo sgomento e il grande terrore dava ai poveretti, la forza di continuare a fuggire. Finalmente giunti a casa, chiusero fragorosamente il portone dietro di loro. I loro corpi grondanti di sudore stavano ancora ansimando rumorosamente, quando la moglie Adele svegliata da quel trambusto, scese le scale con una candela in mano in preda all’ansia e alla preoccupazione nel vedere i suoi uomini in quel modo! Si premurò di chiedere cosa fosse accaduto, ma nessuno dei due riusciva a spiccicare una parola. Pietro corse in camera sua sbattendo la porta alle spalle, Giulio invece abbracciò sua moglie e si lasciò andare in un pianto ininterrotto, per liberarsi dalla paura e dall’incredulità di ciò che era accaduto. L’uomo rude, forte e burbero pianse tutta la notte abbracciato alla moglie nel loro letto coniugale.           

L’indomani mattina, la vita ricominciò nella più totale indifferenza, ognuno fece la propria colazione con le povere cose di tutti i giorni senza dire una parola, senza minimamente accennare  nulla su quanto era accaduto la notte prima e tutti tornarono a dedicarsi alle proprie faccende.    

Giulio però in cuor suo, non sapeva darsi pace ed ogni volta il pensiero lo riportava a quei momenti e alle immagini di quella notte. Ogni volta che si trovava a passare dal grande campo o a scorgere il castello in lontananza, nella sua mente tornava come in un incubo, la visione del bianco destriero minaccioso con misteriosa dama velata.    Fu  durante uno di frequenti e inquietanti momenti, che nella sua mente riaffiorò  un lontano ricordo di bambino; quando nelle lunghe serate invernali, la nonna raccontava che nel vicino castello abitava una bella signora che a tutti appariva un po’ strana. Diversamente dai suoi familiari, non amava le rumorose feste e i ricchi banchetti strabordanti di ogni sorta di cibo e di cacciagione, ma era solita cavalcare e trascorrere lunghe ore nei  boschi, circondata dalla natura. I suoi amici erano gli animali con i quali aveva imparato a comunicare con sorprendente spontaneità, tanto che veniva chiamata “la fata”.

Riguardo a quella notte misteriosa, né Pietro né tantomeno Giulio fecero mai parola con nessuno, ma nel passare degli anni si è continuato lo stesso a parlare delle misteriose apparizioni della fata velata. Persino oggi qualche anziano racconta delle strane storie legate al castello e alla sua dama sconosciuta che amava proteggere gli animali di Berignone e che forse ancora si aggira nella notte, cavalcando un bianco destriero.                                      

 

 

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